Il Commento

Ulisse è tornato ad Itaca

di Francesco Gui

Quando una persona che per te è stata un punto di riferimento viene a mancare, lo smarrimento maggiore sorge talvolta dall’impulso di volerle parlare ancora, magari addirittura di ciò che è accaduto dopo la sua morte, e dal rendersi conto che quella voce, quella fisionomia non esistono più. A me il rimpianto, dopo la morte di Altiero, è diventato più acuto, quasi un senso di colpa, dal giorno in cui ho capito di non aver letto con sufficiente attenzione la sua autobiografia, uscita nel 1984, mentre Ulisse era ancora in vita. L’ho ripercorsa lentamente, nel passare di questi mesi, e so che non avrò più l’occasione per rivolgergli – magari a cena, in quei ristoranti accoglienti di Strasburgo dove il grande vecchio dell’Europa, sovranazionale anche nell’appetito, era capace di dar fondo amabilmente a delle choucroutes imponenti – di buttargli là, dopo l’immancabile discussione autoincitatoria sul futuro unitario del nostro continente, tutta una serie di domande ormai senza risposta: mi descrivi quello stratagemma, a tuo dire semplice ma sicurissimo, usato dai prigionieri per comunicare con i visitatori senza essere scoperti e che tu non hai voluto rivelare ai lettori, per solidarietà di vecchio galeotto con chi si trova dietro le sbarre? Mi spieghi meglio chi erano i «manciuriani», quei relitti umani con i quali, probabilmente unico fra i confinati politici, ti fermavi a parlare, interessato alle loro storie solo apparentemente balorde e insignificanti? Ma come diavolo hai fatto a imparare il tedesco in carcere, al punto di poter leggere la Fenomenologia dello spirito, il tuo classico prediletto? Sono sicuro, anche visivamente, che Spinelli (quello già addolcito dall’età che ho conosciuto io, non il prigioniero che, sbattuto in una cella di mafiosi, si imponeva ben presto come capo camerata) avrebbe preso a narrare, con gli occhi divertiti e prendendo grandi respiri prima di cominciare, con la partecipazione e la grandiosità che lo facevano straordinario.
Tutti i risvolti dell’esistenza vivevano infatti in Ulisse in modo naturalmente epico, essenziale, paradigmatico, proprio come i personaggi e le avventure interiori del suo racconto su se stesso. Proprio come quei «manciuriai», corpi senza testa, tragici e danteschi gioielli letterari usciti dalla penna di Spinelli scrittore, condannati a crollare stecchiti dalla fame, al primo inasprirsi del confino, per non aver saputo seguire virtù e conoscenza. Proprio come, sul piano opposto, l’uomo Spinelli stesso, che nel momento della sfortunata battaglia finale sul suo progetto di riforma della Comunità, trovava la felicità spirituale per rievocare, davanti al Parlamento di tutta Europa, la leggenda del vecchio e il mare, del grande marlin finalmente catturato e poi svanito sotti i suoi occhi, in vista del porto.
Guai, insomma, se Spinelli restasse grande nella memoria soltanto per il suo ruolo di fondatore, di archetipo del federalismo militante europeo, tutto chiuso in se stesso e immancabilmente rivolto al conseguimento dell’obiettivo politico. Nell’esperienza umana di Ulisse fermentavano senza contraddizione la riflessione astratta; l’impulso religioso; il fervore dell’azione; il gusto per la narrazione letteraria; l’abilità manuale dell’orologiaio e dell’ortolano dei confinati; l’asprezza del polemista intrattabile; l’istinto per la violenza provato fin da ragazzo; la dolcezza del giovane recluso in lacrime per aver inavvertitamente schiacciato un uccellino; la curiosità insaziabile per la vita, per i ragni che amoreggiano, alla luce della luna, sulla tela tesa fra le sbarre della cella, per il sole che nasce all’improvviso dal mare; l’attenzione per gli esseri umani nelle loro più diverse espressioni (non sarà facile dimenticare i racconti di Ulisse sui propri compagni di prigionia, qualunque ne fosse l’origine, la psicologia, la cultura, o la profondità con cui aveva guardato, durante il confino, agli anarchici e a una setta come quella dei Testimoni di Geova, che oggi preoccupa la Chiesa stessa).
Quando si parlava con Spinelli era proprio l’onda lunga della sua irripetibile esperienza umana a lasciarti affascinato. Ma, attenzione, da quell’onda lunga un uomo normale, dagli orizzonti ordinari, rischiava spesso di ritrovarsi scavalcato e messo ai margini. Il giudizio di Altiero era sicuro, ruvido, sfrondato dalle astratteaze dell’intellettuale di professione. Cosa pensava, per esempio, gli chiedemmo un giorno, della vicenda di un famoso presentatore televisivo condannato alla galera senza prove precise, se non le insinuazioni dei camorristi pentiti? Non si sentiva preoccupato per la sorte dei principi garantisti? «Io ho passato sedici anni fra carcere e confino», fu la risposta del vecchio prigioniero, per nulla ingentilito dagli agi e dal bon ton dei palazzi comunitari. «E posso garantire di non essere mai stato in cella con dei “politici” arrestati senza motivo. Anche allora poliziotti e giudici ricorrevano alle spie e agli indizi incrociati, mica potevano sperare di prenderci sul fatto. Però puoi star sicuro che ci azzeccavano sempre». Torto o ragione che avesse, ce n’era quanto bastava per sconcertare qualunque giovane di buoni principi. Da un uomo con il suo passato, d’altro canto, sarebbe stato naturale attendersi, e tollerare con benevolenza, una dose abbondante di retorica sull’antifascismo e sulle crudezze del regime. Lui, invece, benché ne avesse pieno diritto, rifiutava ostinatamente di perdere il senso delle proporzioni, rispetto ad altri sistemi totalitari. Nella sua galleria di ricordi personali scorrevano questori più mammoni che granitici, poliziotti più pasoliniani che nazisti, attentissimi a non perquisire i confinati con troppa accuratezza, pena rovinare per sempre la propria reputazione.
Intelligenza solare quella di Ulisse, sicurezza e solidità intellettuali proprie della generazione che ci ha preceduto, razionalità direi olimpica, portata alla comprensione dei fatti umani nella dimensione della storia. Nessuno tuttavia può immaginare che Spinelli fosse uomo dalla lacrima facile. Anzi, la sua realistica valutazione della realtà del mondo conteneva, nel mio ricordo, una nota di genuina spietatezza, sicuro indizio della presenza, sotto la barba bianca, del vecchio rivoluzionario di professione, dello spirito che era rimasto affascinato dall’energia primitiva e terribile del messaggio di Lenin. «Che senso ha gridare allo scandalo per la guerra Iran–Irak?», commentava, evidentemente scettico sull’esportabilità della dottrina dei diritti umani. «Gli europei si sono scannati per secoli fino a quarant’anni fa. Ora tocca a loro». E molti ricordano l’ammonimento lanciato, pochi giorni prima della morte, al segretario–ragazzo della federazione giovanile comunista, a proprio dire sconvolto per il raid americano su Tripoli in risposta agli attentati terroristici ispirati da Gheddafi. «Quando uno ti dà un calcio, tu prima dagliene uno più forte, poi discuti», resta il messaggio di Altiero.

Anticonformista e ribelle, aveva sempre condotto la sua «militia super terram» come un cavaliere individualista e solitario. E così si mostrava, nel fondo, anche nella vita privata: semplicemente allergico, tra l’altro, all’idea di dover contrarre doveri di protezione e aiuto nel confronti dei propri seguaci, compresi quelli più stretti e fedeli. Alcuni anni or sono, quando sembrava decisa, con alcuni amici, la fondazione di una rivista «spinelliana», lui si affrettò a prevenirci con queste parole, rinforzate da un gesto deciso della mano: «Bene, siamo d’accordo nel tentare questa avventura insieme. Però, sia chiaro: poi ognuno va per la sua strada». Sembrava liberato da un peso.
Non è questo, nella mia memoria, l’unico aspetto insondabile della personalità di Ulisse, per quanto rimanga, proprio sul piano politico, tutt’altro che trascurabile: il limite del rivoluzionario di Ventotene sta probabilmente nella sua indisponibilità a creare un movimento organizzato e a guidarlo nella buona e nella cattiva sorte. Esiste anche un altro momento dell’uomo sul quale mi interrogo. Spalla a spalla con il dirigente politico ha sempre combattutto un militante più misterioso, più universale, un asceta che riusciva a trovare pericolosa e tentatrice anche la miserabile gastronomia del carcere, colpevole di distoglierlo dalle letture e dalla meditazione; che restava premurosamente (e fino all’ultimo) legato alla propria compagna, Ursula Hirschmann, senza nemmeno l’accenno di una divagazione, fosse anche verbale. Uno spirito convinto della sostanziale inesplicabilità di ogni azione umana e del proprio stesso attivismo («ich wirke, um zu wirken», ripete Ulisse) e tuttavia in continuo riferimento con la dimensione del divino, con l’esclusività di una fede (Altiero confessava di sentirsi affascinato dalla figura di San Paolo), con l’esperienza della «vocazione», della «elezione». Discorsi, scritti e memorie rivelano puntualmente la percezione personale e intensa del sacro e dell’assoluto, dell’imitatio Christi e della chiamata del padre in un animo dichiaratamente non credente. In certi passi egli si spinse fino a un’audace compartecipazione con alcuni aspetti della figura di Cristo.
Aspirazione rivelatrice della tensione di un’anima naturaliter christiana verso Dio? o indizio illuminante della tendenza dell’uomo a creare in se stesso le movenze del divino? Anche questo è un interrogativo che Altiero ha portato con sé, ma al quale egli stesso non saprebbe rispondere.

 

 

 

Pagina modificata Tuesday 21 September 2010