Addio a Breitarme
di Francesco Gui
Il giorno 8 luglio 1993, si è spento a Roma Giorgio Braccialarghe, eroe della Resistenza, presidente della sezione di Roma del MFE. La sua scomparsa lascia un vuoto grandissimo, un enorme rimpianto. La figura e l’opera di Braccialarghe, compagno di confino di Altiero Spinelli e coautore del Manifesto di Ventotene, sono un patrimonio del federalismo italiano ed europeo che non può essere dimenticato.
La morte di Giorgio Braccialarghe, ultimo dei confinati federalisti di Ventotene e uno dei fondatori del MFE nel lontano 1943, è giunta improvvisa e quasi in punta di piedi. Se l’è portato via a 82 anni con discrezione, senza echi, quasi fosse stato lui a chiederle di comportarsi così, di attenersi al suo stile schietto e generoso, di uomo grande, forte, impavido (proprio come l’antico comandante del battaglione Garibaldi alla guerra di Spagna), eppure tanto discreto e disinteressato da sfuggire metodicamente le luci della ribalta, da schivare con sdegno la retorica (ah, vizio nazionale) e le fanfare del "reducismo".
Era stato soprattutto per un moto di istintiva simpatia, per ammirazione verso il suo inguaribile pudore, che la sezione di Roma del Movimento lo aveva voluto come suo presidente, alla scomparsa di Ursula Spinelli. Perché era un peccato, anzi, addirittura un difetto del Giorgio dalla voce buona e tonante quel suo tirarsi indietro a ogni costo. Ma perché, lui non lo sapeva che il motto evangelico, quello che promette agli ultimi di diventare i primi, non vale più, non è più, se mai lo è stato, all’altezza dei tempi?
Ma non aveva ancora imparato, inguaribile idealista mazziniano, che se non ti fai avanti, magari semplicemente per difendere quello che ti spetta, non verrà in mente a nessuno di renderti il dovuto?
E difatti, le cose erano andate proprio così. L’impero del grottesco, della parola che si appropria dei fatti, che trasforma persino la memoria in strumento di potere, aveva prodotto, anche con lui, l’ennesimo paradosso. Sì, esattamente cosi: anche a Giorgio era capitato, e più di una volta, che alle commemorazioni, quando si trattava di magnificare le imprese della Resistenza, il sacrificio dei confinati, cioè le sue imprese, il suo sacrificio (e dei pochi come lui) chi finiva per restare dimenticato, magari nemmeno invitato, risultava proprio l’interessato. Colui, insomma, che ai fatti, alle gesta eroiche (ben due volte era sceso, con il paracadute, dietro le linee nemiche) aveva preso parte sul serio, aveva rischiato la pelle per davvero.
Certo, la narrazione epica, nelle parole di un uomo anziano, con i suoi bonari risentimenti, perde un po’ di smalto, si colora delle contraddizioni della vita vissuta. E allora nei comizi di partito (Braccialarghe, si sa, era repubblicano storico, di terra e di fede), nelle cerimonie ufficiali, o tanto meno nelle stanze del potere, era bene che figurassero altri, più smaliziati, più circospetti e, come dire, più "saggi". Non a caso, appena venuto il dopoguerra, per un eroe (una testa calda?) della fatta di Braccialarghe, dopo tanti anni di esilio in Argentina, di sangue sparso nella guerra di Spagna (a Guadalajara, alla testa dei volontari italiani ci si era trovato proprio lui), di prigionia in Francia, di confino in Italia, di azioni partigiane (Ventotene, evidentemente, non gli era bastato), nel dopoguerra, dicevamo, per un "impolitico" come lui, il cursus honorum era rimasto praticamente socchiuso (altro che ricche presidenze: soltanto incarichi di console, in America Latina).
Del resto, se l’era voluta fin da ragazzo quella vita di alti e bassi, e di rischi a viso aperto, senza contropartite ("figlio mio, a te la vita ti puzza", gli risuonava ancora, nel ricordo. la voce di sua madre). Incoscienza? Forse. Però, lo spirito di Giorgio non era sicuramente quello di Rodomonte. Inutilmente si cercherebbe in un cuore di spaccone la finezza di sentimenti che lo aveva portato al dissidio esistenziale con suo padre, che li aveva sospinti uno di qua e uno di là della barricata: lui, il mazziniano giovane, sulla strada perigliosa dell’antifascismo, l’altro, il mazziniano vecchio, su quella di un tardivo riallineamento nazionalistico con il duce, nel ruolo di direttore dell’Ansa. Inutile insistere insomma: a soffiare nella grande anima di Breitarme (Breitarme: il codice teuto–ventotenese che malcelava le esuberanti estremità del solito Braccialarghe) non erano nemmeno gli umori saturnini di un Altiero Spinelli. C’era solo idealismo disinteressato, solo quella bontà che (lui ci credeva) doveva immancabilmente trovarsi, da qualche parte, in ogni cristiano o mazziniano che fosse. "Non è importante ché l’uomo raggiunga la perfezione", ha scritto Giorgio nell’86, in un saggio su L’idea d’Europa. "Non è necessario che l’uomo nasca buono, è di un valore incalcolabile che ponga la bontà fra le sue aspirazioni in maniera così categorica da illudersi che il male non è in lui, ma nell’ambiente in cui si muove, negli usi e costumi che lo plasmano".
Chissà, quel suo cognome così arioso e avvolgente dovrà pure entrarci qualcosa, ma la bontà dell’uomo Giorgio aveva sì gran braccia (la risonanza dantesca non suoni inappropriata) che nessun gesto di generosità gli parve irrealizzabile, se è vero come e vero, che all’appuntamento con Colorni, il giorno in cui Eugenio fu colpito a morte vicino a piazza Bologna, a Roma, nel maggio del ’44, ci stava andando proprio lui. E suo fu anche il tentativo, pazzesco, di raggiungerlo per un estremo saluto fin dentro l’ospedale.
E poi, nella conversazione con Breitarme non risuonava lo strepito delle pallottole, degli assalti all’arma bianca nelle sierras di Castiglia. Echeggiava piuttosto il ricordo delle appassionate conversazioni di Ventotene, quelle che avevano accompagnato la stesura del celebre Manifesto (anche Giorgio ci aveva messo mano, o bocca. E come ci teneva!), di quelle affabulazioni interminabili, con l’isolotto–penitenziario di S. Stefano sullo sfondo, capaci di beccheggiare arditamente tra il Capitale di Marx, le teorie di Ricardo e la spiritualità rivoluzionaria di San Paolo. "Naturale, il problema San Paolo, chi non lo conosce?", ci stupì il presidente solo pochi mesi or sono, davanti all’ambasciata di una terra di poca fede, europeista beninteso, la Danimarca. Era appena giunto sul campo, alto e forte, in completo scuro, pronto a confortare con la sua presenza una micro manifestazione di giovani federalisti, ma anche un po’ provato dalla partenza della nipotina ("Chissà se la rivedrò ancora…")
Eroiche conversazioni di spiriti visionari quelle sostenute con Spinelli e compagni. Aspri, animati dibattiti, che in ampi spezzoni mulinano ancora Nelle spire di Urlavento, le pagine dedicate da Braccialarghe al vento perenne di Ventotene, dal "sapore salmastro e gusto di terriccio", e al suo popolo di fantasmi confinati. Una buona compagnia, questi ultimi, per i personaggi del Diario spagnolo, che Giorgio scrisse – sta impresso sul frontespizio, di suo pugno – per "tutti gli italiani caduti in Spagna e dimenticati in patria", ed anche per le ombre che si aggirano nell’ultima opera di Breitarme, a malapena ultimata e ancora in cerca di editore. Forse, quando sarà uscita, ne sapremo di più, qualcosa di più, a proposito dei dissensi che divisero i federalisti primigeni sulla natura del loro movimento: se, cioè, la "cosa" dovesse assumere i caratteri di un partito (tesi sostenuta dal nostro reduce di Spagna, poi rimasto legato fin all’ultimo a Randolfo Pacciardi e al suo lascito politico) o di un’associazione "trasversale" (con buon anticipo sui tempi), come sembrò più opportuno a Spinelli e alla gran parte degli altri.
La voglia di azione, ovvia, innata, semplice come le sue imprese, Braccialarghe l’aveva portata anche al Congresso MFE di Pescara, raggiunto in macchina con gli amici a fine aprile ma abbandonato in anticipo (appena assolti i doveri del voto che doveva riportarlo dopo tanti anni nel Comitato Centrale) per via di quella solita nipotina, ricomparsa nel frattempo nella casa del nonno. "Andare al popolo, coinvolgerlo nella costruzione europea", era stato il suo ultimo appello, nello stile, neanche a dirlo, del profeta della Giovine Italia (e della Giovine Europa).
Solo pochi giorni ancora, e poi l’ultimo di Ventotene, solo lui ci era rimasto, se ne è andato silenziosamente, assopito per sempre nel suo letto una mattina un po’ inoltrata, come nel costume dell’inguaribile giornalista tiratardi di Buenos Aires, virtuoso nello spagnolo almeno quanto con l’italiano.
Eppure, a distanza di giorni, l’incantesimo non si è ancora rotto. Maledizione, Giorgio, ma perché nemmeno la tua morte è riuscita a farci del male, a provocarci il bruciore del pianto, ad intristire il ricordo della serenità che ci regalavi con il tuo vocione spavaldo? Il fatto è che il sentimento di affetto che provavamo per te, al solo sentire il tuo nome, si accampa ancora, immediatamente, dentro di noi e non se ne vuole andare. Quasi che la tua bontà stia ancora lì, in pianta stabile, a scacciare l’angoscia, a sollevarci dalle cure (per te poi! questo proprio non lo avresti voluto). Però te lo avevamo detto, Breitarme, senza un po’ di petulanza non si riesce neanche a portare a casa quel che ti spetta. Neanche a imporre il fastidio delle esequie e dei visi compunti, come di rito.
Rabbia invece sì, Urlavento, di quella ne abbiamo tanta. Ci è venuta dal giorno di quel funerale, nella chiesa tutta vuota, lo sguardo posato sulla nipotina con le scarpine di vernice, intenta a calpestare coscienziosamente, nessuno escluso, i pretenziosi cuscinetti del parroco messi a difesa delle ginocchia dei fedeli. Perché, se al nostro Paese, nella storia di questo secolo e nella coscienza di noi stessi, è rimasta ancora un po di dignità, un minimo di ricordi onesti e di pagine da salvare, il merito, caro Giorgio, è proprio di gente come te.
Dev’essere di sicuro per questo, a pensarci bene, che nemmeno nel giorno della tua morte sei stato uomo da “coccodrilli”, che dico?, da trafiletti di giornale. Ma non è giusto. E noi non vogliamo dimenticare.




